La scienza si rese immediatamente conto che l’olografia, inventata dallo scienziato inglese Dennis Gabor alla fine degli anni ’40, non era una delle tante invenzioni tecnologiche, ma metteva in discussione molti concetti radicati nella nostra cultura.
La lastra su cui è inciso un ologramma appare come un foglio trasparente, ma quando viene illuminata da una luce coerente ecco che appare un’immagine tridimensionale, non sulla lastra, bensì nello spazio. In altre parole, il fluire della luce genera l’aspetto visibile della realtà. Ma la proprietà che più sorprese i fisici fu che in ogni minimo frammento di un ologramma era contenuta l’intera immagine, anche se meno dettagliata: la parte conteneva il tutto! Le informazioni circa l’intero sono contenute in ogni sua parte, il Microcosmo e il Macrocosmo, Rei e Ki, sono strettamente collegati tra loro. L’idea che la parte contenga il tutto non è più attribuibile a qualche filosofia orientaleggiante o mistica, ma viene ormai confermata in maniera forte dalla scienza.

La magia dell’ologramma
Gli ologrammi sono creati mediante una sorta di fotografia senza lenti. È necessaria una luce coerente con onde della stessa frequenza, propagantesi in fase e nella stessa direzione (laser). La luce generata da un laser viene fatta passare attraverso uno specchio semi-argentato, che permette a una parte della luce (raggio di riferimento) di passare direttamente a una lastra fotografica. Lo specchio riflette la porzione rimanente della luce verso l’oggetto che deve essere olografato. L’oggetto riflette la luce verso la lastra fotografica, ma le sue irregolarità di superficie, forma e colore modificano l’originaria coerenza del fascio di luce. Così, quando il raggio oggetto raggiunge la lastra, il suo schema di vibrazione non coincide più con il raggio di riferimento.

Le onde frontali dei due raggi interagiscono o interferiscono fra loro, e lo schema d’interferenza è ciò che la lastra fotografica registra come ologramma.

L’universo è un ologramma
I raggi elettronici coerenti sono in grado di creare ologrammi, e lo stesso possono fare le onde sonore o qualsiasi forma di movimento. L’universo è permeato di forme d’onda e noi, ipotizza Bohm, viviamo in un universo olografico: un olouniverso. La caratteristica essenziale dell’olouniverso di Bohm è l’unità che esiste oltre il mondo visibile nell’ordine implicito. È un mondo che non possiamo mai realmente conoscere a fondo: noi possiamo apprenderlo, sostiene Bohm, ma non possiamo mai comprenderlo. L’ordine esplicito il mondo visibile delle cose e degli eventi, è quello in cui noi siamo più ( ose lenti ed è un mondo di manifestazioni: è nella natura delle nostre menti vedere questo mondo esterno come reale e considerare comi’ valida la separazione che vi percepiamo, ma la fisica ci mostra che questa concezione è falsa.
Il concetto di spazio e di tempo sono validi nel mondo della materia e dell’energia, ma perdono il loro significato in un universo olografico. La caratteristica di questo universo è quella di essere istantaneamente connesso e coordinato in ogni suo aspetto da un principio unificatore come una unica coscienza universale. Questo principio unificatore opera a livello fisico, a livello energetico, a livello della coscienza e a un ulteriore livello superiore.

La memoria è olografica
Numerosi studi condotti negli anni ’20 hanno dimostrato che i ricordi non risultano confinati in determinate zone del cervello: nessuno riusciva però a spiegare quale meccanismo consentisse al cervello di conservare i ricordi, fino a quando Pribram non applicò a questo campo i concetti dell’olografia.

Pribram crede che i ricordi non siano immagazzinati nei neuroni o in piccoli gruppi di neuroni, ma negli schemi degli impulsi nervosi che si intersecano attraverso tutto il cervello, proprio come gli schemi dei raggi laser che si intersecano su tutta l’area del frammento di pellicola che contiene l’immagine olografica.
Il cervello funziona come un ologramma e questa teoria spiega in che modo riesca a contenere oltre 10 miliardi di informazioni in uno spazio così limitato. Si è scoperto che anche gli ologrammi possiedono una sorprendente capacità di memorizzazione e di correlare idee e decodificare frequenze di ogni tipo. Anche la nostra stupefacente capacità di recuperare velocemente una qualsiasi informazione dal nostro cervello risulta spiegabile più facilmente se si suppone che esso funzioni secondo principi olografici.
Un’altra caratteristica del cervello spiegabile in base all’ipotesi olografica è la sua abilità nel tradurre le moltissime frequenze luminose, sonore e sensoriali che esso riceve tramite i sensi, nel mondo concreto delle nostre percezioni. Codificare e decodificare frequenze è esattamente quello che un ologramma sa fare meglio. Il cervello usa i principi
olografici per convertire matematicamente le frequenze ricevute in percezioni interiori.
Da molti esperimenti è risultato che ciascuno dei nostri sensi è sensibile a una varietà di frequenze molto più ampia di quanto supposto.

Ad esempio: il nostro sistema visivo è sensibile alle frequenze sonore, il nostro senso dell’olfatto percepisce anche le cosiddette «frequenze osmiche» e ogni cellula del nostro corpo è sensibile a una vasta gamma di frequenze, come la kinesiologia dimostra.
Ma l’aspetto più significativo del modello cerebrale olografico proposto da Pribram è ciò che risulta quando lo si unisce alla teoria di Bohm. Perché se la concretezza del mondo non è altro che una realtà secondaria e ciò che esiste non è altro che un turbine olografico di frequenze e se persino il cervello è solo un ologramma che seleziona alcune di queste frequenze trasformandole in percezioni sensoriali, cosa resta della realtà oggettiva? In parole povere: non esiste, almeno come noi la pensiamo.

Immaginarsi malati, immaginarsi sani
Il paradigma olografico ha molte implicazioni anche nelle cosiddette scienze pure, come la biologia e la medicina: se la concretezza della realtà non è altro che una illusione olografica, non potremmo più affermare che la mente crea la coscienza (cogito ergo sum). Al contrario, sarebbe la coscienza a creare l’illusoria sensazione di un cervello, di un corpo e di qualunque altro oggetto ci circondi che noi interpretiamo come «fisico».
Se l’apparente struttura fisica del corpo non è altro che una proiezione olografica della coscienza, risulta chiaro che ognuno di noi è molto più responsabile della propria salute di quanto riconoscano le attuali conoscenze nel campo della medicina. Le guarigioni miracolose o inspiegabili, come d’altronde le malattie altrettanto inspiegabili, sono in realtà dovute a un mutamento dello stato di coscienza che provoca cambiamenti nell’ologramma corporeo.
Molte medicine alternative che lavorano su principi energetici o sulle frequenze, come il Reiki, l’omeopatia, i fiori di Bach, la kinesiologia sono facilmente spiegabili e dimostrabili. Anzi, la medicina classica può funzionare solamente perché i principi attivi hanno una frequenza di vibrazione propria esattamente come gli omeopatici.
Siamo tutti d’accordo su cosa esista o non esista semplicemente perché ciò che consideriamo «realtà consensuale» è stato formulato e accettato a un livello della coscienza umana nel quale tutte le menti sono totalmente collegate tra loro: il mondo è creato da un inconscio collettivo connesso non localmente. Se un certo numero di persone inizierà a «vedere» una nuova luce, questa luce sarà creata nel Mondo.

La relazione tra coscienza e materia
John Eccles, Nobel per la Neurofisiologia e la Teoria dei Tre Mondi elaborata insieme al filosofo della scienza Cari Popper, sostiene che la dimensione della coscienza e della materia-energia sono in costante interrelazione tra loro. Eccles supera il materialismo e restituisce all’Io spirituale il controllo del cervello e dell’intero organismo.
La sua tesi, assai documentata, offre un quadro in cui la dimensione della coscienza è di estrema importanza e non è in alcun modo dipendente dalla dimensione materiale.
La sua analisi entra in profondità nei meccanismi cerebrali, offrendo risposte su come la neurostruttura cerebrale interagisce con la coscienza individuale. La concezione di Eccles, come quella di Bohm, benché non sovrapponibili, risultano simili nel riconoscimento della realtà della coscienza e della sua interdipendenza con la vita.

I frattali
Mandelbrot ha scoperto l’esistenza di una geometria frattale insita nella natura e nella matematica. Il frattale è una figura complessa di grande bellezza estetica, generata dai computer grafici attraverso lo svolgimento di un’equazione matematica iterativa, che cioè ritorna su sé stessa, includendo il risultato ottenuto nella successiva equazione.
I frattali evidenziano come all’interno del modello stesso si manifestino, su scala progressivamente più piccola o più vasta, una serie di modelli simili al modello di base in modi sempre differenti ma analoghi. La logica frattale, quindi, sostiene in chiave matematica il pensiero olistico micro-macrocosmico del generarsi e del ripetersi delle medesime strutture (pattern) in insiemi infinitamente più vasti o piccoli: come in un ologramma, ogni parte contiene tutto l’intero.