IL Piano del Divino, l’Assoluto, oltre l’Illusione, oltre l’Ombra, oltre il Karma

Il Quarto Simbolo rappresenta il collegamento con la Fonte Divina del Creato al fine di raggiungere la Liberazione o Guarigione o Illuminazione. È il Simbolo del Maestro Illuminato, il Grande Uomo che attraverso la propria guarigione e il proprio sacrifico è in grado di collegarsi al Conscio e all’Inconscio Collettivo, di contattare la dimensione degli Archetipi Universali e di bruciare il Karma.

Il Quarto Simbolo viene utilizzato per attivare l’energia di Reiki durante le Cerimonie di I, II e III Livello e rappresenta il Satorì del Buddha, lo Stato di Completo Risveglio Spirituale che trascende i Limiti della Vita e della Morte.

Macrocosmo: Il Piano del Divino, l’Assoluto
Microcosmo: Samadhi, Satori, Illuminazione
Motivazione: Trascendere la Realtà
Funzione simbolica di collegamento: Servizio
Ombra: Delirio mistico, Follia
Simbolo Reiki: Terzo e Quarto

Il Macrocosmo: la Causa Prima della Realtà
II Supremo Brahman non ha inizio e non ha fine
Di Lui si dice che non sia né Essere, né Non-Essere.
Con mani e piedi ovunque, con occhi, teste, bocche e orecchie ovunque,
Egli esiste avvolgendo tutto.
Sembra possedere le funzioni dei sensi, eppure Egli e privo di sensi,
benché sia distaccato, è il Sostegno di tutto;
benché privo di attributi, senza Guna,
Egli sperimenta tutte le manifestazioni dei Guna.
Egli è fuori da tutti gli esseri viventi e pur sempre in essi.
Immobile pur muovendosi, così sottile da non poter essere percepito,
cosi vicino eppure così lontano.
Indiviso,come lo spazio, è questo Brahman,
e tuttavia appare diviso in tutti gli esseri animati e inanimati,
quella Divinità che è il Protettore di tutti (Narayana),
è anche il Creatore (Brahma) e il Distruttore (Siva).
Luce di tutte le luci, Egli (Brahman) è al di là di ogni tenebra.

Egli è la Conoscenza, l’oggetto della Conoscenza,
che può essere raggiunto solo mediante la Conoscenza;
Egli siede,come il Sé, nel cuore di ognuno.
Sappi che Prakriti, la Natura, e Purusha, lo Spirito, sono entrambi senza principio;
e sappi anche che tutte le modificazioni e i Guna nascono da Prakriti soltanto.
Della creazione e dell’evoluzione, si dice che la causa sia Prakriti,
mentre dell’esperienza del piacere e del dolore, la causa sia Purusha.
Purusha situato in Prakriti sperimenta i Guna di Prakriti.
L’attaccamento ai Guna è la causa della nascita dell’uomo in grembi buoni o cattivi.
Lo Spirito (Purusha) che dimora nel corpo in verità è lo stesso del Supremo.
È stato descritto in vari modi come il Testimone, la Guida, il Sostenitore,
Colui che sperimenta, il Grande Signore e anche l’Atman.
Colui che comprende a fondo la relazione che intercorre
fra Purusha e Prakriti, come anche quella dei Guna, non rinasce più,
pur essendo completamente impegnato nell’azione.
Bhagavad Gita

Il mondo è un pensiero nella mente di Brahman
Nell’Induismo Brahman è la causa di tutta la creazione. Il principio fondamentale all’origine dell’universo è la Pura Coscienza di Brahman e l’ordine meraviglioso dell’universo riflette l’opera di una intelligenza suprema che viene chiamata Purusha e permea di sé la materia, Prakriti. Prakriti e Purusha sono i due aspetti del Brahman, sono entrambi immutabili e non soggetti a consumazione. La Pura Coscienza è l’origine della soggettività, del senso del sé, grazie al quale ci sentiamo individui capaci di agire indipendentemente.
Tutti noi ci consideriamo dotati di coscienza, questo avviene perché esiste una connessione tra la Coscienza Universale con il Purusha all’interno di noi. Sinonimo di Purusha è anche Atman o Sé Superiore. Il Purusha è la base cosciente di tutte le manifestazioni, su questo concetto si basa l’insegnamento del Vedanta che vede il Purusha come unica realtà e considera la creazione materiale una realtà illusoria che brilla della sua luce riflessa. Ogni cosa in questo universo, consiste della Coscienza di Purusha e della materia di Prakriti, quindi non esiste niente, per quanto grezzo e inanimato possa apparire, che non possegga una coscienza. Ogni cosa è una manifestazione della coscienza, una metamorfosi di Purusha: quanto più è grande l’influenza di Prakriti, tanto più Purusha appare in forme grezze nelle quali la coscienza sembra essere completamente addormentata.

Prakriti e Purusha, materia e spirito sono una sola cosa
Prakriti è il nome che viene dato al principio causale fondamentale, Purusha è il principio ordinatore che dirige il mondo. Come il sole riflette la propria luce sull’acqua, così la natura, Prakriti, riflette Purusha. L’intera evoluzione è vista come una continua Illuminazione di Prakriti da parte di Purusha.
La pratica dello Yoga è necessaria per comprendere la natura essenziale del Sé attraverso la separazione di Purusha da Pakriti. La mente e gli organi di senso derivano da un progressivo distacco della coscienza dagli oggetti del mondo. Il Purusha deve diventare ciò che è, semplice spettatore della Prakriti e allora non c’è più sofferenza una volta eliminata l’identificazione del soggetto con l’oggetto. Occorre separarsi dall’illusione delle apparenze sensibili del mondo, dell’Io effimero, per congiungersi intimamente con la realtà vera, identificandosi e dissolvendosi in esso e spezzando il vincolo che lega l’individuo all’esistenza deludente e transeunte attraverso il ciclo incessante delle rinascite.

Il Cammino verso Dio
Il Buddhismo rifugge dalla metafisica, non è attratto dalla ricerca di una realtà ultima, ma è sospinto da un interesse pratico circa il modo di liberarsi dal vivere umano, e quindi dal dolore, per raggiungere il Nirvana, cioè lo spegnimento dell’Io.
La religiosità cinese è dominata dal Taoismo, l’esperienza religiosa in questo caso si esprime soprattutto nella docilità di lasciarsi inserire nella Realtà ultima, identificata con il Tao (Via).
Lo Shinto giapponese si manifesta soprattutto nel rapporto con la grande madre Natura, come intuizione, percezione mistico estetica del divino (kami), attraverso la contemplazione di ogni forma dell’essere, quale manifestazione del mistero Dharma, Dao (Tao) e Dio hanno un’apparente radice comune.
Alla loro base è implicito un senso di legge intelligente, coerente e armonica dell’esistenza, quello che i Greci chiamarono Lògos, un nome del divino. Da Lògos deriva il termine «logica», come struttura intelligente di pensiero, e da questa la scienza. Tao, o Dao, in Cina assume il senso di divinità ultima, di coscienza trascendente, di essenza di vita, esattamente come il termine Dharma in India e Dio in Occidente. Dharma e Dao implicano entrambi il concetto di legge di equilibrio e armonia ed entrambi sono sinonimi di virtù o dovere, giustizia, saggezza e di sentiero di realizzazione.
È proprio di fronte al Mistero che possiamo contattare lo Spirito, che sia rappresentato come morte, malattia, vuoto, infinito, Esso si rivela nello spazio in cui abbandoniamo ogni concetto, ogni idea sulla realtà e ci mettiamo in ascolto, ci sintonizziamo con il movimento incessante di nascita, vita e morte, accettando un disegno sia pure incomprensibile e ponendoci umilmente e devotamente al suo servizio.

Ahamkara, la costruzione dell’Io
Nella filosofia induista il processo della manifestazione della Realtà da Dio avviene per successive divisioni con cui creature diverse e oggetti diversi giungono all’esistenza.
Ripercorrere a ritroso il cammino della creazione ci conduce al cospetto di Dio.
Ricordiamo a proposito il concetto di ipostasi ed estasi di Plotino. Ahamkara significa letteralmente «fabbricazione dell’Io», l’ego più che una realtà a sé stante è un processo, una serie di pensieri differenti piuttosto che una vera entità. È una forza di divisione indispensabile alla manifestazione della molteplicità degli esseri e delle cose, è uno stadio dell’evoluzione, ma non rappresenta la verità fondamentale o la vera natura delle creature che invece è rappresentata dalla Pura Consapevolezza al di là di ogni personificazione. Per mezzo dell’ego le potenzialità basilari della materia (Prakriti) e le leggi fondamentali contenute nell’Intelligenza Cosmica (Mahat) prendono una forma specifica, le qualità basilari della natura si diversificano in tre gruppi di cinque: cinque sensi, cinque organi di azione, cinque elementi. Questi nascono da Ahamkara per mezzo di Sattva, Rajas e Tamas, i tre Guna.
Se Buddhi è l’intelligenza che ci permette di volgere lo sguardo alla natura profonda e interiore delle cose, l’ego che per sua natura è rivolto verso l’esterno, crea la mente e i sensi, gli strumenti che permettono all’individuo di operare. Liberarsi dal dominio dell’ego provoca la dissoluzione di tutti i disturbi psicologici e anche di molte malattie fisiche.

Verso la Pura coscienza, il Dharma
Quando si parla di inizio o di fine, di creazione e di distruzione, le parole si riferiscono ai processi ciclici di apparizione e di sparizione delle cose, di uscita e di rientro delle medesime nella loro eterna Origine. Tutto ciò che appare è lo stesso Brahman, che si manifesta attraverso ogni cosa.
Solo se si considera un fenomeno a sé stante, si può parlare di inizio e di fine, di nascita e di morte; ma il fenomeno stesso è sempre stato in seno al Brahman, e sarà in lui eternamente custodito. Non solo l’uomo non muore con la morte fisica, ma in realtà egli non è mai nato poiché l’Io profondo di ogni uomo, la verità della sua persona, è l’Atman, che è identico al Brahman.

Egli non nasce e non muore mai, né, essendo stato, v’è tempo in cui non sarà ancora. Innato, eterno, permanente, antico, egli non muore, quando muore il corpo. A quel modo che un uomo abbandona i suoi vecchi vestimenti e ne prende di nuovi, così il suo sé abitante nel corpo abbandona i suoi vecchi corpi e ne prende di nuovi.
Bhagavad Gita

L’Atman non è sottoposto a vecchiaia, a morte, a sofferenza, a fame, a sete. Questo è ciò che bisogna cercare, è questo che bisogna desiderare di conoscere. Acquista tutti i mondi, realizza tutti desideri colui il quale raggiunge l’Atman e lo conosce. I veggenti delle Upanishad che erano alla ricerca sia della suprema realtà esteriore, o Brahman, che della suprema realtà interiore, o Atman, scoprirono che l’Atman non era nient’altro che il Brahman. C’era una sola suprema realtà che avrebbe potuto essere raggiunta sia cercando fuori che dentro l’uomo.

Krishna disse: «Io ti svelerò la conoscenza suprema: la più grande di tutte le conoscenze. I saggi che ne sono stati illuminati hanno raggiunto la perfezione assoluta. Sattva, Rajas, Tamas, luce, fuoco e oscurità, sono i tre costituenti della natura. Sono essi che confinano nei corpi finiti la libertà del loro spirito infinito».
Bhagavad Gita

Il quesito: «Chi o che cosa sono io, nei più profondi recessi della mia anima?» viene risolto dicendo che il vero fondamento dell’esistenza è la auto-Illuminazione cosciente che può essere direttamente sperimentata da una persona quando questa va oltre le identificazioni con i falsi sé del mondo oggettivo. Non esiste alcuna differenza tra il supremo soggetto e il supremo oggetto: la suprema realtà oggettiva e la suprema realtà soggettiva sono la stessa cosa!

L’unità di Atman e Brahman è la più grande scoperta delle Upanishad
Questa unità che è al di sopra di tutte le cose è il mistero e il sacro insegnamento gelosamente custodito. Cercando di conoscere sé stesso e il mondo l’uomo scopre che ogni cosa esiste nell’Atman, egli cioè possiede tutte le cose nel suo sé più profondo. Basta conoscere questo sé per conoscere tutto.

L’esistenza di Dio
Sant’Agostino ammette l’inconoscibilità di Dio per via puramente razionale e si concentra sull’introspezione dell’anima, sede privilegiata per accedere alla comprensione divina. Per conoscere Dio occorre che sia presente l’idea stessa di Dio.
• La Fede. Occorre che la mente, sede della ragione ma anche dell’anima, sia mondata da ogni affanno terreno, da ogni «macchia corporea»: l’atto con cui ci si può avvicinare a Dio è un atto di puro intelletto. La Fede è la consapevolezza di poter giungere, con la purezza, a concepire Dio.
• La Speranza. Vi sono alcuni che pur pur avendo fede, non riescono a svincolarsi completamente dall’influsso materiale del corpo, per cui disperano di poter arrivare alla purezza e rinunciano a cercare Dio. Per superare questa incertezza occorre che l’anima sia guidata dalla Speranza.
• L’Amore. Ma pur avendo fede e speranza, se non c’è l’intenso desiderio della fede e della speranza, l’anima non potrebbe comunque tendere verso la luce divina. È necessario l’Amore per Dio, ovvero il desiderio di accoglierlo entro la propria anima.Se sono presenti la Fede, la Speranza e l’Amore l’anima può realmente dirsi in grado di tendere verso Dio e di riconoscerlo.
• La Dimostrazione dell’Esistenza di Dio. La ragione dimostra poi ad Agostino come la verità non sia da cercare nel mondo terreno, la verità si trova al di là della materia, poiché la verità non muore con le cose che muoiono, la verità è immortale. Ogni cosa che esiste è vera e non può che avere in sé la verità, ogni cosa che si mostra agli uomini partecipa della verità immortale e ultraterrena, partecipa di Dio ed Egli dunque esiste.
• Il Problema del Bene e del Male. Ma, se Dio è il bene, perché ha lasciato esistere il male? Se Dio è bontà assoluta, come ha potuto creare un mondo in cui vi è spazio per il male? Se Dio è onnipotente, sommo bene, positività, l’esistenza reale del male non potrebbe spiegarsi se non attribuendo a Dio stesso la volontà del male. Se Dio onnipotente permettesse davvero al male di esistere, sarebbe creatore del male stesso. Tutto questo porta Agostino a constatare che il male non esiste. Ciò che l’uomo percepisce come male è in realtà il frutto di un allontanamento dal bene, per cui il male è constatabile solo per via negativa, ovvero come assenza del bene. Ma mentre l’uomo si allontana dal bene volontariamente, il male che viene dalle catastrofi naturali non porta con sé alcuna volontà di male: esse accadono in assenza di considerazioni eriche e possono venire capite solo se si allontana lo sguardo dalle sofferenze personali e si riconduce il tutto a una legge cosmica superiore, per cui è possibile scorgere comunque un’armonia e un senso.
• Il peccato. Per Agostino il peccato è una sfida, un tentativo di contrapporsi alla potenza di Dio, un’imitazione impossibile, un tentativo maldestro di creare da sé nuove regole e di sostituirsi a Lui. Il peccato, come ogni forma di male, è un allontanamento dalla verità di Dio, la verità è già presente nelle nostre anime, ma poiché siamo fragili e insicuri, limitati, soggetti alla paura, spesso ci allontaniamo dalla verità per sfida o per sentimento di autoannientamento. Ciò che spinge l’uomo a cedere al buio può anche essere il tentativo di affrontare e vincere la paura del buio stesso: ma l’oscurità non si vince abituandosi a essa, si vince avvicinandosi alla luce.
• La Grazia di Dio. L’uomo ha perduto la sua innocenza con Adamo, lo stato di precarietà e di limitatezza che l’uomo vive dalla cacciata dall’Eden è la causa della sua tendenza all’allontanamento dal bene. L’uomo è ferito, fragile, incompleto, e in questa fragilità la tentazione di sfidare la paura del male abbandonandosi al male stesso genera quell’allontanamento da Dio che è causa di ogni miseria morale. L’unico rimedio che l’uomo ha a disposizione per salvarsi è cercare la Grazia in Dio, avvicinarsi sempre di più a lui, che è il sommo bene e tenersi lontano dal male.
• La Città della Luce. Agostino afferma che esistono due forze contrastanti che agiscono nella storia, una lotta tra due regni: la città terrena e la città celeste. La città terrena è la città di Satana, corrisponde alla natura, alla materia, al corpo, a ogni aspetto concreto dell’esistenza, la citta celeste è invece la città di Dio, la comunità dei giusti, promotori del bene. Tali città non sono da considerarsi come entità concrete, esse sono condizioni dello spirito umano, per cui la città terrena interpreta i bisogni impuri del corpo, i suoi istinti peggiori, essendo la comunità degli uomini votati al peccato e alla caducità delle cose materiali, mentre la città celeste interpreta i bisogni dell’anima votata al bene ed è la condizione degli uomini che vivono nella grazia divina.

L’Insegnamento del Buddha
Nel suo trentacinquesimo anno di vita, Siddharta Gautama contempla i Quattro Stadi dell’Illuminazione: concentrazione, lievità dell’anima, abbandono totale, imperturbabilità non offuscata da gioia né da dolore.
Nel corso della notte Siddharta ha una triplice visione. Egli rivede le sue nascite precedenti, le trasmigrazioni attraverso molteplici esistenze, comprende la legge del Karma, diviene consapevole dell’essenza ultima della vita universale, che poi spiegherà come la «fondamentale interdipendenza di tutte le cose». Comprende anche le «Quattro Nobili Verità»: tutto è dolore, l’origine del dolore è il desiderio, il rimedio al dolore è l’eliminazione del desiderio, esiste la via per eliminare il desiderio». Queste «Quattro Nobili Verità» verranno rivelate al mondo nel Sermone di Benares, il primo pronunciato in pubblico dal Buddha.
Insegna inoltre la «via di mezzo», il giusto equilibrio tra una vita dedita alle gioie e ai piaceri terreni e l’umiliazione fisica di una ascesi troppo severa. Solo questa via che passa in mezzo a tutti gli opposti potrà condurre alla pace, alla liberazione suprema e all’Illuminazione.

Questa, o monaci, la nobile verità sul dolore:
la nascita è dolore,
la vecchiaia è dolore,
la malattia è dolore,
la morte è dolore;
l’unione con ciò che non si ama è dolore,
la separazione da ciò che si ama è dolore.
Dolore è non raggiungere ciò che si desidera.

La materia è dolore,
l’emozione è dolore,
l’idea è dolore,
la coscienza è dolore.
Questa, o monaci, la nobile verità sull’origine del dolore:
la bramosia che si rinnova a ogni rinascita,
la ricerca del piacere nelle cose terrene e l’avidità,
la bramosia del divenire o dell’essere,
la bramosia dell’impermanenza.
Questa, o monaci, la nobile verità sulla cessazione del dolore:
il nobile ottuplice sentiero:
retta visione (riconoscimento del dolore e della via che porta alla sua cessazione),
retto proposito (assenza di avidità, invidia, violenza e desiderio del male),
retto parlare (astenersi da menzogne e calunnie),
retto agire (non commettere furti, atti violenti, non cedere alla lussuria e all’avarizia),
retto modo di sostentarsi (attività e mestieri virtuosi),
retto sforzo (impiego di tutte le proprie capacità per eliminare l’ombra e rivelare la luce),
retta concentrazione (consapevolezza di sé stessi, delle proprie azione e dei propri pensieri),
retta meditazione (pratica di esercizi spirituali fino al raggiungimento della beatitudine).
Il Sermone di Benares

Nel Chulamalunkya Sutta, il Buddha usa la parabola dell’uomo ferito da una freccia che, prima di lasciarsi estrarre la freccia, vuole sapere chi l’ha lanciata e da che direzione, se la punta è d’osso o di ferro e di che legno è fatta. Il Buddha paragona questo atteggiamento a quello di colui che vuol sapere l’origine dell’universo: se è etemo o no, se lo spazio è infinito o no, e così via.
Gente così morirà certamente prima di aver potuto dare una risposta a queste domande inutili, così come morirà l’uomo della parabola prima di avere tutte le risposte che vuole sull’origine e la natura della freccia.
Questa storia illustra bene l’orientamento pratico del Buddha e del buddhismo. La priorità assoluta per tutti noi è la riduzione e infine l’eliminazione della sofferenza.
Il Buddha riconobbe l’importanza di questo punto e quindi sottolineò la futilità di voler speculare sull’origine e la natura dell’universo, proprio perché tutti noi, come l’uomo della parabola, siamo stati colpiti da una freccia, la freccia della sofferenza.

La Ruota del Divenire
La filosofia religiosa che scaturì dagli insegnamenti del Buddha offre un’analisi sistematica delle cause della sofferenza e fornisce i mezzi per superarla.
Evitando le nozioni lineari di spazio e di tempo si serve dell’immagine di una ruota che rappresenta gli aspetti più significativi dei processi continui di ciò che chiamiamo una persona. Gli stadi del divenire che compongono la persona sofferente possono essere rappresentati in un diagramma.
Sebbene tutti i fattori che costituiscono un essere siano intrecciati e interdipendenti, in quanto formano un processo continuo, il fattore dell’ignoranza (Avidya) viene normalmente considerato come la causa principale dei processi che causano la sofferenza.

L’ignoranza è qualcosa di più profondo della bramosia, qualcosa che in un certo senso è la base stessa della bramosia. Ignoranza significa non riuscire a vedere le cose per quello che sono in realtà, non riuscire a comprendere la verità della vita. È l’ignoranza che porta a vedere il piccolo lo personale o ego come qualcosa di reale e quindi essa è la causa principale della sofferenza.
Una volta che crediamo nella vera esistenza di un Io separato, desideriamo quegli oggetti che riteniamo utili e benefici ed evitiamo quelle cose che non riteniamo benefiche o che addirittura crediamo dannose.
Siccome non siamo in grado di vedere che in questo corpo e in questa mente non c’è un Io permanente e indipendente, alimentiamo l’attaccamento e l’avversione. Desiderio, attaccamento, avidità, avversione, odio, invidia, gelosia crescono dalle radici dell’inconsapevolezza e portano i frutti della sofferenza.

I Dodici Anelli dell’Origine Interdipendente
Le dodici componenti o anelli che formano l’Origine interdipendente sono: ignoranza, volizione, coscienza, nome e forma, le sei sfere dei sensi, contatto, sensazione, bramosia, attaccamento, divenire, nascita, vecchiaia e morte.
Esse formano una ruota, un Chakra detto BhavaChakra, la Ruota del Divenire, da cui è diffide staccarsi ed è la causa della reincarnazione.
1) La Dukkha è malattia, vecchiaia e morte. La sofferenza dell’uomo (Dukkha) è simboleggiata dalla vecchiaia e dalla morte.
2) La morte deriva dalla nascita. La vecchiaia e la morte esistono solo come conseguenza della nascita, poiché la morte segue la nascita come la notte segue il giorno.
3) La nascita è divenire. Senza nascita non ci sarebbe morte e non ci sarebbe nascita se non ci fossero le forze del divenire che spingono verso la vita terrena, il Bhava.
4) Divenire è attaccamento alla vita. Le forze del divenire a loro volta devono la loro esistenza all’attaccamento e alla brama per la vita.
5) Attaccamento è bramosia. L’attaccamento e la brama non potrebbero esistere senza il desiderio.
6) Bramosia nasce dalla percezione. 11 desiderio dipende dalla percezione.
7) La percezione proviene dal contatto (impressioni dei sensi). La percezione proviene dalle impressioni dei sensi. Le Impressioni dei sensi non sarebbero possibili senza gli organi di senso.
8) I sei organi di senso. Dipendono dalla mente e dal corpo
9) I sensi dipendono dalla mente e dal corpo (nome e forma). A loro volta gli organi di senso dipendono dalla mente e dal corpo.
10) La mente deriva dalla coscienza. Il funzionamento della mente e del corpo dipende dalla coscienza.
11) E la coscienza dipende dall’impulso all’azione, il Bhava. La coscienza è attività e senza un impulso all’azione, una volizione non vi sarebbe coscienza.
12) L’impulso all’azione deriva dall’ignoranza. Tutte queste fasi dei processi e delle attività che costituiscono la vita di un individuo possono appartenere all’Io soltanto a causa della condizione di ignoranza e l’ignoranza a sua volta dipende dai precedenti fattori del ciclo e così il ciclo prosegue senza inizio e senza fine.

Avidya, l’inconsapevolezza
La causa di questa forzata ripetizione è chiamata avidya, o inconsapevolezza, ed è considerata un grave stato di turbamento mentale, che deve essere superato.
Dall’inconsapevolezza deriva il dolore e il ciclo delle esistenze.

La consapevolezza conduce alla vita eterna
L’inconsapevolezza alla morte.
Chi si è risvegliato alla propria vera natura non muore.
L’inconsapevole vive come se fosse già morto.
Perciò medita con perseveranza
per raggiungere il Nirvana,
la libertà ultima.
Dharmapada

Per questo il Buddha ha detto che chi vede l’Origine Interdipendente vede il Dharma e chi vede il Dharma vede il Buddha. E ha detto anche che la comprensione dell’Origine Interdipendente è la chiave per la liberazione. È solo quando capiamo il funzionamento dell’Origine Interdipendente che possiamo cominciare a uscire dal suo circolo vizioso. Possiamo farlo eliminando le impurità mentali, cioè inconsapevolezza, bramosia e attaccamento.

Le tre caratteristiche dell’esistenza: impermanenza, sofferenza, non-Io
Quando capiamo che l’esistenza è caratterizzata dall’impermanenza, dalla sofferenza e dal non-Io, abbandoniamo l’attaccamento all’esistenza. E una volta abbandonato l’attaccamento all’esistenza, arriviamo alla soglia del Nirvana.
L’impermanenza fa parte non solo del pensiero buddhista, ma anche della storia del pensiero umano. Fu Eraclito, filosofo dell’antica Grecia, ad affermare che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. Nessuna delle cose che vediamo intomo a noi durerà per sempre: le case, i templi, i fiumi, le isole, le montagne, gli oceani.
Perfino il pianeta terra, il sistema solare, la galassia e l’universo un giorno cesseranno di esistere. In tutti gli aspetti della vita sia materiali che mentali, sia nelle relazioni con gli altri che con i nostri beni, possiamo verificare direttamente e continuamente l’impermanenza, osservandola nella sua immediatezza.
Si dice che, per chi vuole praticare il Dharma, il ricordo della morte è come un amico e un insegnante. Rammentarsi della morte indebolisce l’eccessivo attaccamento e la malevolenza. Quante contese, dissensi insignificanti, quante ambizioni e inimicizie durate tutta una vita perdono ogni importanza di fronte al riconoscimento dell’inevitabilità della morte?
Comprendere l’impermanenza è un aiuto alla comprensione della verità ultima sulla natura delle cose. Vedendo che tutto si deteriora e cambia a ogni istante, cominciamo anche a vedere che nulla ha un’esistenza propria, essenziale, che in noi e intomo a noi non c’è nessun «Io», niente di consistente.
Capire l’impermanenza è la chiave per capire il non-Io. Fino a quando ci aggrapperemo a un Io dovremo cercare di difendere noi stessi, le nostre proprietà, il nostro prestigio, le nostre opinioni e le nostre affermazioni. Quando si comprende, attraverso lo studio, la riflessione e la meditazione, che tutto è impermanente, pieno di sofferenza e
privo di un Io, e quando la comprensione di queste verità non è più solo intellettuale, ma diventa parte della nostra esperienza, allora la comprensione di queste tre universali caratteristiche ci libererà da quegli errori fondamentali che ci tengono imprigionati al ciclo di nascita e morte, gli errori cioè di vedere le cose durevoli, soddisfacenti e che hanno a che fare con un Io.

Desideriamo la felicità, temiamo la sofferenza. Desideriamo ricevere lodi, temiamo il rimprovero. Desideriamo ottenere, temiamo di perdere. Desideriamo essere famosi, temiamo la mediocrità. Viviamo costantemente tra desiderio e timore.

Sperimentiamo questi desideri e queste paure perché comprendiamo la felicità e il dolore e tutto il resto come riferiti a un Io: crediamo che felicità, dolore, lode, rimprovero, siano personali, siano riferiti davvero a noi, al nostro Io.
Ma una volta che comprendiamo che sono solo processi impersonali, e una volta che, attraverso questa comprensione, ci liberiamo dell’idea di un Io, possiamo superare la speranza e la paura.
Possiamo guardare alla felicità e al dolore, alla lode e al rimprovero, e a tutto il resto con distacco e con mente serena. Solo allora non saremo più soggetti agli squilibri provocati dall’alternanza tra desiderio e paura, che altro non sono che due aspetti diversi di una stessa realtà.

Il Cielo e la Terra sono di una bellezza maestosa, ma non ne parlano;
le quattro stagioni si succedono secondo una legge evidente, ma non ne discutono;
a tutti gli esseri presiede un ordine costitutivo, ma essi non lo formulano.
Il santo va alle origini della bellezza della Terra e del Cielo
e penetra l’ordine costitutivo di tutti gli esseri…
Qualcosa di supremamente divino e luminoso
si trasforma con le cento metamorfosi del mondo.
Tutti gli esseri scompaiono e appaiono
e si rinnovano incessantemente nel corso della loro vita.
L’oscurità e la luce e le quattro stagioni si alternano secondo un ordine regolare.
Tenebrosa e sfuggente è l’esistenza stessa, in origine senza forma essa è trascendente.
Tutti gli esseri del mondo lo posseggono in Sé e tuttavia ignorano la sua esistenza.
Viene chiamato la radice dell’universo.
Colui che conosce questa radice comune è degno di osservare il Cielo.
Chuang-tzu