In Oriente la filosofia non è una disciplina astratta e accademica, con poca o nessuna rilevanza nella vita quotidiana, ma è considerata come la più importante e fondamentale impresa della vita. In Cina, dopo che il confucianesimo divenne la filosofia di stato, era impossibile ricoprire una carica di governo senza conoscere le opere di Confucio. La
storia cinese parla di molti re, artisti e studiosi che furono filosofi. L’India è famosa per la grande stima che vi si accorda a chi cerca la saggezza e per la reverenza e il rispetto che circondano le persone sagge.

La saggezza pratica accumulata in India assume la forma di autodisciplina Yoga tesa alla totale integrazione della vita. Già molto tempo prima di Gesù di Nazareth, i saggi indiani meditavano sulla profondità dell’essere umano e sul significato ultimo della Natura. Fin dal loro inizio, le speculazioni dei saggi indiani erano rivolte alla risoluzione dei problemi fondamentali della vita e la loro filosofia nasce dal tentativo di renderla migliore.
Messi di fronte alla sofferenza fisica, mentale e spirituale, gli antichi sapienti indiani si concentrarono nel tentativo di comprenderne le cause. Cercarono di perfezionare la loro conoscenza dell’uomo e dell’universo per sradicare le cause della sofferenza e raggiungere la migliore forma di vita possibile.

Le cause della sofferenza
Dalla vita terrena viene l’esperienza delle forme di dolore e sofferenza più comuni: malattia, povertà, fame e infine morte. Alcuni vorrebbero avere delle ricchezze che non hanno, e per questo soffrono. Altri desiderano vivere a lungo e soffrono perché hanno paura di morire. Un modo per avvicinarsi alla soluzione del problema della sofferenza consiste nel superare il conflitto tra ciò che si ha e ciò che si vorrebbe. Nel pensiero filosofico indiano c’è un consenso esteso nei riguardi del non attaccamento. Il non attaccamento è riconosciuto come il mezzo essenziale per la realizzazione della Liberazione.
Mentre l’Occidente si è sempre più distaccato dagli ammonimenti dei filosofi e si è proiettato verso il progresso e il conseguimento di beni e benefici materiali, i filosofi indiani scelsero come soluzione il controllo dei desideri e posero l’accento sull’autodisciplina e sull’autocontrollo come requisiti per il raggiungimento della felicità. Questo bisogno di regolare e controllare i desideri implica il riconoscimento di una straordinaria importanza alla conoscenza di sé. La pratica della filosofia indiana si esprime come l’arte di di dominare le pulsioni e gli istinti.

Brahman e Atman
Doveva pur esistere qualcosa grazie a cui esistevano tutte le altre cose e che le faceva sviluppare.
Il nome dato a questo qualcosa fu Brahman, che significa «ciò che rende grande». Il Brahman è inconcepibile, immutabile, incorruttibile, invisibile e indistruttibile, senza fine e senza inizio.

Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta,
senza occhi né orecchie, senza mani né piedi,
etemo, onnipresente, infinitamente sottile
è l’Imperituro, che i saggi riconoscono
come sorgente degli esseri.
Come un ragno emette e riassorbe la sua ragnatela,
come l’erba cresce sulla terra,
come i capelli spuntano sulla testa dei vivi,
così dall’Imperituro nasce ogni cosa di questo mondo.
Upanishad

Nell’Induismo l’intuizione fondamentale è che la realtà è Unaiil mondo, l’uomo, gli dèi, le cose che sono state, sono e saranno, tutto questo è l’unica e medesima Realtà:
«Tutto è Brahman» (Upamshad). E quando la persona ha attinto una conoscenza illuminata, anche lei può dire: «Io sono Brahman». L’Io profondo dell’uomo, l’Atman, è anch’esso identico al Brahman.
Questo Atman dentro il mio cuore è più piccolo di un grano di riso o di frumento, di un seme di senape o di un grano di miglio; e tuttavia questo Atman dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio atmosferico, più grande del cielo… Questo Atman dentro il mio cuore è il Brahman stessa
Upanishad

Viene così riconosciuto che il Brahman-Atman è l’unico Assoluto, la radice e il fondamento di tutto, il Signore che regge e sostiene ogni cosa, la guida interiore e il fine di ogni vivente. In questo senso, il mondo, la realtà fisica non è creato e non ha consistenza in sé stesso. Sia che esso venga concepito come Maya, illusione, o venga descritto come il Gioco di Dio, Lila, esso è l’eterna manifestazione dell’eterno esistente, il volto fenomenico dell’Eterna Persona, la dimora mutevole del Permanente Inabitante.

Il Sanatana Dharma, la Legge Universale
Dietro agli dei e alla natura c’è una immutabile e eterna legge di ordine e di giustìzia che determina la struttura stessa dell’universo: il Sanatana Dharma. Sanatana vuol dire eterno, perenne. Dharma deriva dalla radice sanscrita dhr, che vuol dire «sostenere, mantenere».
Dharma è dunque quella «Norma», quella «Legge» che determina e sostiene l’ordine cosmico nella sua totalità. Si legge nel Mahabharata, che «la verità è il Dharma Eterno» e che «la verità è il Dharma, l’ascesi, lo Yoga; la verità è l’eterno Brahman».

È il divino che si manifesta in varie forme, negli uomini come nelle piante o nel regno minerale non esistendo nel pensiero Indù la dualistica contrapposizione spirito/materia poiché la stessa materia è permeata dal soffio dello spirito e perché tutto è vita, sia pure a diversi livelli.
Proprio per questo il termine «materia» (nel senso occidentale di «materia inanimata» contrapposta alla vita e allo spirito) non esiste nella lingua sanscrita per la decisiva ragione che non esiste il concetto relativo. La nozione di dharma comprende anche quella di equilibrio e armonia cosmica. Per l’Induismo, infatti, ogni cosa, ogni azione, ogni
pensiero è «collegato», è in relazione a tutto il resto: non c’è niente di veramente separato, scisso nell’universo. Proprio per questo una azione dharmica (cioè in armonia con il dharma) produce effetti benefici nel cosmo intero mentre una adftarmica lo danneggia.
Il Sanatana dharma è dunque quell’insieme di norme – divine ed eterne – che sostengono e nutrono la vita, intrinseche alla natura stessa dell’universo. Esse, se osservate, preservano l’uomo dal dolore e dalla sofferenza e, progressivamente, lo conducono alla Liberazione (Moksa, Mukti). Vivere seguendo il Dharma, significa andare verso la propria vera natura e portare questa in armonia con il Sanatana Dharma (ordine cosmico-legge divina ed eterna) è l’essenza stessa della religione per un indù.

Prakriti e Purusha, materia e spirito
Prakriti è il nome che viene dato al principio causale fondamentale, Purusha è il principio ordinatore che dirige il mondo. Come il sole riflette la propria luce sull’acqua, così la natura, Prakriti, riflette Purusha. L’intera evoluzione è vista come una continua
Illuminazione di Prakriti da parte di Purusha. I principi responsabili del piacere, del dolore e dell’indifferenza sono Sattva, la tendenza alla manifestazione di Prakriti, Rajas, la sua tendenza all’azione e Tamas, la sua tendenza all’inerzia. Poiché anche il mondo dell’esperienza nelle sue varie trasformazioni e manifestazioni è della stessa natura di Prakriti in quanto ne deriva, dalle varie combinazioni di questi differenti principi è possibile spiegare l’evoluzione del mondo intero.
La pratica dello Yoga è necessaria per raggiungere la conoscenza per mezzo della quale il Purusha viene separato dalla Prakriti per comprendere la natura essenziale del Sé. La mente e gli organi di senso derivano da un progressivo distacco della coscienza dagli oggetti del mondo. Il Purusha deve diventare ciò che è, semplice spettatore della Prakriti e allora non c’è più sofferenza una volta eliminata l’identificazione del soggetto con l’oggetto. Anche Gautama Siddharta, il Buddha, si interessò con cura e sistematicità alle cause fondamentali della sofferenza e dei mezzi per eliminare queste cause.

Nirvana è la Liberazione
C’è la possibilità di arrivare al Nirvana per porre fine alle sofferenze, per essere liberati dalla ruota delle nascite e delle rinascite. Si tratta di uno stato di beatitudine suprema, di pace e di tranquillità interiore, accompagnato dalla certezza di aver ottenuto la Liberazione. È uno stato non descrivibile a parole: solo chi lo ha sperimentato può sape-
re che cos’è.
II Nirvana è lo stato che sopraggiunge quando sono stati vinti il desiderio, l’avversione e ogni attaccamento all’Io e così è cancellata l’illusoria individualità di un essere.

Il non attaccamento
In conseguenza della sua convinzione che non ci sono al mondo cose durature il buddhista non lega sé stesso né al suo ego né alle cose del mondo. Riconoscendo che l’impermanenza è il tratto distintivo di questo mondo di dolore, egli rifiuta di aggrapparsi alle assurde concezioni della permanenza.

La meditazione
Ha per scopo lo svuotamento di sé stessi da tutto ciò che è impuro e che porta la sofferenza. Le tecniche di meditazione riguardano essenzialmente la autodisciplina. Il loro scopo è quello di consentire alla persona di partecipare direttamente alla realtà senza la mediazione dei falsi sé, dei desideri, delle ambizioni che lo distanziano dalla realtà. Il risultato è una calma piena di pace che caratterizza la maggior parte delle persone che praticano seriamente una disciplina orientale. Quando si è in pace con sé stessi e non si è sospinti da desideri o turbati da dubbi si possono intraprendere le attività quotidiane in piena libertà e con tutto sé stessi.

Il buddhista non considera il mangiare, il lavorare e il giocare come delle attività di cui ci si deve semplicemente liberare per potersi dedicare ai veri affari della vita, ma fanno parte delle attività di cui è costituita la vita, occupano l’attenzione totale della persona e vi si partecipa di cuore.

Cogliere l’attimo presente
L’apprendimento dal passato e il progetto nel futuro sono attività del momento presente e non debbono essere confuse con il vivere nel passato o nel futuro. Non ci può essere una reale felicità nel proiettarsi ansiosamente verso un futuro che non è ancora arrivato o nel lamentarsi e rimpiangere ciò che è passato.
È interessante notare la differenza tra il Buddhismo e 1 sistemi di vita che insistono sul vivere nel futuro. Nella prospettiva religiosa che è propria del Cristianesimo, dell’Islam e del Giudaismo, il domani è l’evento che ha importanza. Domani, se la provvidenza divina ci aiuta, potremo vedere pieni di gioia il regno di Dio. Ciò che questo
atteggiamento così rivolto al futuro, in cui il presente è virtualmente ignorato, può produrre a livello sociale ed economico ci è ben noto. Ma ciò che un tale atteggiamento può causare nel sé emotivo e spirituale non è altrettanto ben compreso.

Qui e ora
Lo Zen, invece di rimandare la vita a un chimerico momento futuro, rende il massimo valore al momento presente, trovando in ciò la pienezza del sé e la completezza della vita, è la qualità dell’esperienza qui e ora che assume la massima importanza nello Zen.
I tre aspetti fondamentali della Zen sono la pratica, l’Illuminazione e gli insegnamenti: la pratica viene innanzitutto, l’Illuminazione dipende dalla pratica e gli insegnamenti si basano e sono determinati dalla pratica e dall’Illuminazione.

Satori è Illuminazione istantanea
Vedere nel proprio sé supremo e scoprire la natura ultima della realtà e la completezza dell’esistenza è ciò che costituisce il Satori. L’Illuminazione può arrivare come un lampo, ma per la maggior parte delle persone presuppone un intenso allenamento.

Koan
I Koan sono indovinelli o affermazioni di cui si fa comunemente uso nelle numerose riunioni dei monasteri e nelle sedute private tra maestro e discepolo. Hakuin, Maestro Zen del Giappone moderno, era solito chiedere ai suoi discepoli:
-Qual è il suono di una sola mano che applaude?-. Sono utilizzati normalmente come stratagemmi per generare una subitanea Illuminazione, in quanto non è possibile dare una risposta in senso logico e razionale, ma presuppongono la percezione del «non senso». Scopo del Koan è di umiliare la ragione e di mostrarne l’impotenza.

Il maestro Toku-san era solito brandire il bastone prima ancora che un monaco aprisse bocca, dichiarando:
«Trenta colpi del mio bastone qualora abbiate alcunché da dire.
Ma altrettanti qualora nulla abbiate da dire!».
I Koan vogliono mostrare la limitatezza dell’approccio intellettuale ai grandi problemi della vita e addestrare l’intuizione e la sintesi, la capacità di cogliere il rutto nell’uno.
Quando, dopo inutili sforzi, ci si accorgerà di non poter trovare una soluzione logica e quindi ci si convincerà di dover abbandonare la ragione, allora si comincerà a praticare il Koan nella maniera giusta, aprendosi all’Illuminazione, al Satori, al lampo dell’intuito!
Un discepolo chiese al maestro:
«Come può l’Uno, che se ne sta tutto solo, generare le Diecimila Cose?»
Rispose il maestro:
«Te lo dirò quando avrai ingoiato con un solo sorso il Fiume Occidentale!».